Biografia di Carlo Levi
Carlo Levi (Torino, 29 novembre 1902 – Roma, 4 gennaio 1975) è stato uno degli intellettuali più completi e influenti del Novecento italiano: pittore, scrittore, medico, giornalista e uomo politico. La sua figura sfugge a ogni etichetta riduttiva: in lui convivevano la sensibilità dell’artista, il rigore dello scienziato, la lucidità del testimone civile e la voce potente dello scrittore. La sua pittura, intima e profondamente umana, si intreccia indissolubilmente alla sua esperienza letteraria e al suo radicato impegno sociale.
Origini e formazione
Carlo Levi nacque a Torino il 29 novembre 1902 da Ercole Levi e Annetta Treves, in seno a una famiglia della media borghesia ebraica torinese. Da parte materna era nipote di Claudio Treves, importante leader socialista riformista. Questa doppia radice — ebraica e socialista — plasmò fin dall’infanzia la sua sensibilità verso i temi dell’umanità, della fratellanza e della solidarietà.
Studiò al Liceo Vittorio Alfieri di Torino, dove strinse importanti amicizie intellettuali, e si laureò in Medicina all’Università di Torino nel 1924, a soli ventidue anni. Lo stesso anno espose per la prima volta le sue opere pittoriche alla XIV Biennale di Venezia. Dopo una breve esperienza clinica come assistente del professor Micheli presso la Clinica universitaria torinese, dove si occupò di ricerche su epatopatie e malattie delle vie biliari, Levi abbandonò progressivamente la carriera medica per dedicarsi alla pittura e all’impegno politico.
Fu l’incontro con Piero Gobetti — brillante editore e intellettuale liberale — a introdurlo negli ambienti dell’avanguardia pittorica torinese. Grazie a questa frequentazione, Levi entrò nello studio di Felice Casorati, di cui divenne allievo esemplare: la riflessione iniziale della sua pittura si basò sull’opera del maestro, modificandone però alcuni aspetti cromatici, con una tavolozza subito più fredda e personale.
Parigi e i Sei di Torino
I soggiorni parigini degli anni Venti e Trenta furono decisivi per la maturazione artistica di Levi. A Parigi entrò in contatto con le avanguardie europee e con personalità di rilievo come Sergei Prokofiev, Igor Stravinsky, Alberto Moravia e Giorgio de Chirico. Frequentò Montparnasse e l’École de Paris, assorbendo le lezioni del Postimpressionismo e dell’Espressionismo francese — da Cézanne e Matisse a Modigliani —, che affiancò e integrò con la propria visione lirica.
Verso la fine del 1928, insieme a Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Francesco Menzio ed Enrico Paulucci, diede vita al Gruppo dei Sei di Torino, uno dei movimenti pittorici più interessanti dell’Italia del periodo interbellico. Il gruppo, riunito attorno a Casorati e ai critici Lionello Venturi ed Edoardo Persico, si caratterizzava per una pittura neoromantica, incentrata sugli effetti tonali e fortemente ispirata all’arte francese, in netto contrasto con la retorica dell’arte ufficiale del regime. I Sei esposero a Torino, Genova e Milano, e nel 1930 Levi partecipò con Menzio e Paulucci a una mostra alla Bloomsbury Gallery di Londra. L’esperienza del gruppo si concluse nel 1931, ma Levi rimase il pittore che più di ogni altro lasciò il segno in quell’esperienza collettiva.
Nel 1932 espose in una personale alla Galerie de la Jeune Europe di Parigi, con una serie di paesaggi e nature morte, consolidando la sua notorietà internazionale. Alla Biennale di Venezia del 1932 presentò L’uomo rosso, opera che testimoniava la piena adesione a un espressionismo lirico e personale, lontano dai drammi oscuri di certa tradizione nordeuropea, ma carico di tensione poetica e cromatica.
L’impegno antifascista e il confino in Lucania
Parallelamente all’attività pittorica, Levi condusse una vita di intenso impegno politico. Nel 1929, insieme a Carlo e Nello Rosselli, fondò il movimento antifascista Giustizia e Libertà, diventandone il leader del ramo italiano insieme a Leone Ginzburg. Fu arrestato per la prima volta il 13 marzo 1934 ad Alassio e rilasciato il 9 maggio; nel 1935 fu nuovamente arrestato e condannato a tre anni di confino di polizia, che scontò dapprima a Grassano e poi ad Aliano, in Basilicata.
L’esperienza del confino in Lucania — quella terra arcaica e dimenticata dallo Stato e dalla modernità — segnò profondamente e per sempre la sua arte e la sua scrittura. A contatto con la vita contadina del Sud, con la sua sapienza millenaria e la sua silenziosa resistenza, Levi trovò un serbatoio inesauribile di immagini, volti, paesaggi e riflessioni. Da quegli anni nacque il celebre romanzo autobiografico Cristo si è fermato a Eboli, scritto tra il dicembre 1943 e il luglio 1944 nella clandestinità fiorentina e pubblicato da Einaudi nel 1945. Il libro, tradotto in tutto il mondo, rivelò all’opinione pubblica le condizioni di vita della popolazione meridionale e pose con forza il
